::26/08/2008

::il divo

::il divoSul finire di questa mia strana estate mishimiana e donchischiottesca, non potevo farmi scappare sotto il naso l'ultima occasione di andare a vedere "Il divo", dell'idolatrato Paolo Sorrentino.

Io la vedo così: il film di Sorrentino è un prodotto estremamente innovativo, sicuramente nel circondario del cinema italiano, probabilmente anche in contesti a più largo raggio.
Perché un regista conosciuto in particolare per la narrazione attraverso le immagini, se ne va a duellare col mostro temibile della storia recente, contemporanea, inclonclusa? A maneggiare dati e date, a rischiare ricostruzioni secondo un unico punto di vista, a scegliere soppesandoli i passaggi cardine di un passato che influenza ancora troppo il presente?
Lo fa come ha sempre saputo farlo: con le immagini, e l'immaginifico, attraverso le date.
È un corpo rovesciato: invece di comporre uno scheletro di eventi su cui poggiare le strutture narrative tipiche del film, qui abbiamo una matrice di scene visionarie, d'impatto profondo, in cui vanno ad incastonarsi i fatti come da cronaca. I fatti, freddi, scorrelati ad una prima occhiata; ma che legati dal filo rosso delle emotività, si omogeneizzano in una mistura magicamente coerente, ed alla fin fine non di parte. È una magia: prendi un calderone, ci butti emozioni, fa un po' di bolle, affiora la realtà.

Se un messaggio davvero sublima, è quello della sopravvivenza necessaria che anticipa la mera politica sia negli aspetti etici che in quelli morali. La neutralità, nel ruolo di chiave di volta sacrificale di Giulio Andreotti, è l'espressione della figura del protopolitico, dell'elemento fulcro che si accolla le pesanti responsabilità che scaturiscono dal reggere le redini di un Paese imberbe e ferito. Scavando ben dentro il benessere, il boom, l'industrializzazione, la coscienza sindacale, lì dove non ci sono più le coreografie dei partiti, sul fondo, a reggere la baracca, si trova il suo sistema di scambio di binari, a discernere ciò che si deve fare e ciò che non.

C'è grande tendenza alle raffigurazioni faraoniche del protagonista, con lui al centro a dividere verticalmente la scena perfettamente simmetrica, ed a destra come a sinistra elementi pari di oggetti rappresentativi, come monili in una tomba egizia. Ripetuto anche l'uso di uno scorrimento lento che sa quasi di videogioco: un lento parallasse, con gli attori che si muovono appena dietro il primo livello di elementi (alberi, generalmente).
Servillo ha la capacità di annichilirsi nel personaggio Andreotti, proprio lui così caratterizzante in ogni altro film. Ciò mette in risalto le altre figure di primo piano, tra le quali mi preme citare la Signora Enea di Piera degli Esposti.

::8/10Non è un prodotto di facile fruizione, se qualcuno dovesse dirmi che ci s'è un po' annoiato lo giustificherei, in sincerità. Ma lo inviterei ad una seconda visione.
Questo non dipende poi tanto dal grado di interesse e conoscenza dei fatti richiesto allo spettatore, quanto invece dall'uso davvero particolare che Sorrentino fa della macchina cinema, e che necessita del suo doppio ruolo di regista e sceneggiatore.
Se l'estetica sorrentiniana vista nelle opere precedenti ha fatto parlare di "nuovo cinema italiano", come definiremo questo salto quantico? "Nuovissimo cinema italiano"?
O finalmente di queste banalizzazioni non c'è n'è più bisogno?

»::Kekule | cinema | 10:33 | ::commenti (7)

::19/10/2007

::in questo mondo libero...

::in questo mondo libero...In realtà c'è poco da dire, di un film che denuncia ma non cade nel pesante docufilm, utilizzando pienamente i mezzi della macchina cinema già in sceneggiatura.

Il titolo è tutto nei puntini di sospensione a cui, devo ammetterlo sfrontatamente, non tutti i recensori hanno dato giusta evidenza: "In questo mondo libero...ecco la schiavitù", travisata dalla globalizzazione e nascosta nelle trame del neoproletariato da esodo biblico. L'attività imprenditoriale di materiale umano d'immigrazione che la protagonista mette su, ha basi praticamente medievali: un luogo dai muri alti e forti, ed una moto potente ed esibizionista a farle da destriero.

Davvero notevole l'imparzialità con la quale Loach e Laverty hanno affrontato la costruzione della storia. Non si tratta di lavarsene le mani, ma di penetrare, viaggio allucinante, il corpo della società afflitto dai suoi mali, in modo da non perdersi in partigianerie o particolarità. Da quest approccio igienicamente sterile, lo spettatore ne guadagna parecchio, potendo saggiare il problema considerando tutti gli equilibri in gioco, nella totalità delle perversioni del meccanismo globale.
L'attrice Kierston Wareing risulta essere effettivamente un po' troppo fica inquantoché zoccoloide. Mi spiego: ::6/10è stata pensata per essere una bonazza cafonotta del quartiere, di quelle che per lavorare non hanno avuto il tempo di studiare, e quindi magari può apprezzare i riporti leopardati. Però in molti casi ha atteggiamenti e movenze chiaramente fighetti, che tenta di abbrutire con un po' di agitazionismo bassifondale. Ok basta col festival dei neologismi.

Bello, utile, necessario, lineare. Ecco forse un po' troppo lineare, tic tac tic tac. E scolastico.
Comunque da vedere senza pentirsi di non aver preso l'altra sala col film tutto da ridere.

»::Kekule | cinema | 23:28 | ::commenti (3)

::04/10/2007

::le ragioni dell'aragosta

::le ragioni dell'aragostaUn film che consideri non un'impellente necessità, può diventare tale per una sommatoria in serie di motivi.
Uno: lo danno in un cinema fenice zombie che tutti credono morto, ma che risorge dalle ceneri all'improvviso. Due: la presenza graditissima della regista ed attrice principale. Tre...

Tre, specialmente. Al tempo delle superiori, la sera ci si godeva Avanzi, la mattina dopo era tutto uno scimmiottare i vari sketch. Tra amici ci ritrovavamo a ridere in questi frangenti, ma per qualcuno tutto ciò valeva qualcosa di più che una semplice risata sardonica. Poi seguì la fine di questa anarchia comica, che aveva trovato libertà d'espressione nell'assenza momentanea di lottizzazioni televisive a causa di Tangentopoli. I controllori ripresero a controllare dall'alto della loro rinnovata trasversalità politica. I nostri beniamini si rifugiarono lavorativamente in contesti pressoché bagaglinici, e questo per noi fu la perdita dell'innocenza etica, morale, politica, sociale: una sòrta di tradimento per la generazione che aveva assunto i concetti di valore, onore, bontà e giustizia da Actarus, più che per togliattàme o almirantàme vario.
Questo film esiste proprio per mettere in bella mostra il paradosso tra le belle intenzioni e la necessità di racimolare il mangiare, quel paradosso difficile da digerire a qualsiasi età, se proprio non si è assuefatti per bene bene bene. Non è La Risposta, ma è una risposta, ai perché di quella vicenda.

La tecnica usata è quella della realtà-finzione, per ottenere un grandguignolesco bilico tra interpretazione di una sceneggiatura ed introspezione autobiografica dei singoli personaggi. Per ottenere ciò, la Guzzanti impone agli attori la libertà semicontrollata delle performance, risultando un po' la Madre Teresa de'Comici con tutti per l'intero film, cosa che la tiene sempre sullo schermo a mediare qualsiasi scena. Scelta forte ma necessaria, peccato veniale. Anche perché il risultato è superlativo.
Per tre quarti della pellicola, si ha l'impressione di seguire una storia bella e piccola, in un contesto facente parte di certi tuoi ricordi, di un certo tuo periodo. Una storiella ad usufrutto personale, di quelle alle quali non si potrebbe mettere il cartellino col voto. Poi però t'accorgi che il tema non è affatto piccolo, o settoriale, o limitato. E ti rendi conto che non fornisce nemmanco "una risposta", ma una Risposta.

La fiction legata ai pescatori sardi cortocircuita con la realtà della catarsi di un'esperienza come Avanzi allo scopo di analizzare un nuovo profilo di quel germe di delusione del liceale che ci portiamo dentro. Quel sorrisino amaro che facciamo quando interagiamo con le discrepanze di moralità accanto alle quali la cosiddetta "maturità" ci ha insegnato a convivere. Alle volte, anzi per molti di noi, con le crepe della nostra, di moralità, quelle che si giustificano con "eeeeh quest'è, la vita reale, che ci vuo' fa'".
Perché non ci facciamo assorbire da questo concetto di vita reale? Perché lo abbiamo fatto? Ci ce lo fa fare, chi ce lo ha fatto fare? A battere il capo per i pescatori sardi, motivazione giustiissima sempre a meno di scoprire che anche l'aragosta avrebbe le sue ragioni di non farsi bollire viva. ::6/10A sbattersi, in pratica, per un senso della giustizia assolutamente parziale e ludico, che sembra veramente imparato da un anime, piuttosto che da un filone filosofico o una condotta religiosa, chessò.

Cara Sabina, avrei voluto dibattere con te un millesimo di questo delirietto senza pretese, senonché più il tempo passava, più le altre domande si facevano imbarazzanti e retoriche, più a me batteva il cuoricino per la vergogna. Alla fine, non ce l'ho fatta.
Lo so, è colpa mia. Che porto sempre dentro di me quel liceale divertito, deluso ed imbarazzato al tempo stesso.

»::Kekule | cinema | 16:28 | ::commenti (12)

::20/09/2007

::i simpson - il film

::i simpson - il filmA causa del mio commento finale nel post precedente, sono stato smosso dagli scappellotti antisnobismo degli amici, che mi hanno indirizzato verso il film dei Simpson. Ed io ci sono andato anche volentieri, che ai Simpson non si dice certo no.

Il tema scelto per il lungometraggio dei giallognoli beniamini tv è più che nobile: non potrebbe esserci nulla di più lodevole e radicale che abbinare le radici dei propri affetti familiari alle massime tematiche ambientali. Nonostante la disponibilità di 87', lo schermo è prevalentemente occupato dai nostri cinque, laddove gli innumerevoli comprimari restano nel grande mucchio. La sensazione risultante è quella di un megapuntatone di stampo tradizionale, con maggior budget e piccole soluzioni costose nell'animazione di tanto in tanto.

A proposito dell'aspetto tecnico: niente di stravolgente. Alta l'attenzione al particolare, e discreta la fusione tra la CG ed il disegno tradizionale (cosa già sperimentata in Futurama), anche perché un'operazione del genere può vantare una palette cromatica più vasta, come si nota dal colore differente della peluria di Homer, e che quindi ammorbidisce l'interazione tra le due tecniche. Avendo a disposizione una ripresa da una decina di livelli di parallasse per i fondali, quando possibile si è creata la condizione per avere scene molto dinamiche, e bullarsi di tale giocattolo costoso. Il resto è solo avere ancora più tavoli da disegno per ancora più coreani.

La sceneggiatura rappresenta purtroppo il tallone d'Achille dell'intero congegno, non essendo nulla di ché. È lì che si sente il rumore di corda tesa dello stiracchiamento da 24 a 87 minuti. È semplice, troppo elementare, esageratamente lineare e dispersiva. Se fosse dispersiva a causa di millemila citazioni e situazioni comiche, e vabbè ci si rotolerebbe in terra dalle risate. Ma così non è.
Capitolo a parte per la giostra delle parodie, nella situazione-cinema. ::5/10A rafforzare il mio statuario snobismo, la visione del film dei Simpson nella promiscuità della sala è un'esperienza rasente al terrificante, perché The Simpson's è una serie multilivello: molti ridono per Homer che si fa male, qualcuno ride per la citazione cinematografica, pochi per i richiami a cose innovative o particolari, pochissimi acchiappano la critica politica o di attualità, quasi nessuno i riferimenti storici più particolari. Al cinema, è il trionfo della risata bassa; ma anche la sconfitta del sarcasmo più fine, le cui punte più acute si arenano sulle rive dell'ignoranza dei più. Non è bello.

Un po' una delusione, questo film dei Simpson, mi aspettavo davvero di più. Ma fa ancora più male pensare che ci fosse davvero lo spazio per fare di più. Resta comunque la consacrazione definitiva del lavoro di un grande autore di strisce e fumetti, ed aldilà di ogni computabile pagellino, una sana oraemezza di spensieratezza.
Aspettando il film di Futurama, serie ben più complessa ed elaborata.

»::Kekule | cinema | 23:38 | ::commenti (16)

::15/09/2007

::la ragazza del lago

::la ragazza del lagoSe per te "cinema" fa rima con "Sorrentino", e "musica" con "Modern Institute", non ti puoi permettere il lusso di non far conto alla rovescia, dei giorni che ti separano dall'uscita di un film con Toni Servillo accompagnato dal suono di Teho Teardo.
Il trailer vantava tutto il sapore di un Dürrenmatt nostrano, Ecm Haircuts a battere il tempo senza tempo, atmosfere rarefatte a palate: dal caveau della banca svizzera di sorrentiniana memoria, alla natura nei ditorni di Udine, non c'è poi questa gran distanza... Insomma dai: non potevo manca'.

La ragazza del lago è un giallo classico, trapiantato nel nordest italiano dal lontano fiordo norvegese dal quale è stato tratto (Se deg ikke tilbake!, in Italia Lo sguardo di uno sconosciuto, della signora Karin Fossum), una produzione capitanata da quello che gli esperti naturisti cinefili chiamano "un giovane regista". Magari giovane d'età, ma Andrea Molaioli esperienza ne ha da vendere, dato che ha lavorato un po' con tutti i nomi che l'han ripagato collaborando a questo film (c'è una bella listona alla fine, coi Moretti, i Sorrentino e tanti altri), e può piazzare sulla scacchiera Golino Gifuni Servillo e la Bonaiuto in un gran bel cameo d'autore.
Alessia Piovan, quella che con soffusa ironia chiameremo "la Tipa che Stianta", ha il solo compito di essere un figone pressoché trascendentale, e lo porta pienamente a compimento. La Golino non recita più come se la strozzassero, secondo me s'è allenata. Heidi Caldart, che interpreta la sorellastra di Quella che Stianta e che Faceva l'Hockey, è una giovane campionessa di hockey nella vita reale. Giulia Michelini ha quattro nèi ipnotici sulla guancia sinistra, e le labbra affette da gigantismo.

Lo sceneggiatore fa di questo film una Cogne dall'altro lato del Nord, ma una Cogne silente e senza le luci e le bancarelle del baccanale mediatico. Anzi: per l'intera pellicola, i teneri contesti dei paesini della Carnia e le location alpine mozzafiato non si fregiano di un raggio di sole che sia uno. Personalmente, però, più che la lezione dei Grandi Classici del romanzo giallo, il film sembra modellarsi al Dylan Dog di Sclavi. Il ché non sarebbe male. Se ci fossero gli zombie, ovviamente. Insomma, è un po' più fumettone di come lo mostrerebbe un Sorrentino, ecco.
Il film è lento, ma dalle molteplici situazioni, e di durata non artificialmente insistita. Teho Teardo azzuppa ancora all'unico, magnifico, album dei suoi Modern Institute, e ne tira fuori in particolar modo i due o tre pezzi che più ti restano in mente; poi aggiunge un po' di farina del suo sacco ed ecco, la OST l'è bell'e pronta per la pubblicazione. Un risultato comunque idilliaco, dal punto di vista musicale.
::6/10Di Servillo, che ve lo dico a fare: spaziale! Riguardo continuamente il quadretto comico in cui dice solo "...Arrestami...", e rido come un imbecille DOCG. Penso non ci sia scena del film che non contempli la presenza del protagonista.

Sebbene non sia un'opera irrinunciabile, La ragazza del lago è un filmetto consigliabilissimo, con una trama gialla che si interseca e si completa con garbo, con un ordito di rapporto tra padri e figli, e di rapporto con il malessere fisico in genere. Difatti, più che giocare d'enigmistica da spiaggia, qui ci si gusta il semplice evolvere dei moventi; tant'è che alla fine la storia di per sé si risolve aldilà degli elementi forniti allo spettatore.
Andateci ora, che la massa si accalca ai multisala con i Simpson: è la grande occasione di vedere un film lento senza la chiassosa segretaria sbuffante standard nella fila dietro.

»::Kekule | cinema | 22:21 | ::commenti (3)

::18/12/2006

::cineservilismo notturno

Domenica notte, e non riesci pienamente a raccapezzarti del fatto che domani, lunedì, devi rituffarti nel traffico per raggiungere il posto di lavoro. Quindi, provi ad affogare i rimorsi della tua pessima ottimizzazione dei tempi nel fine settimana, lasciando fuori della porta il cervello ed affidandoti ai flutti monodirezionali della tv.
Di notte, di domenica, Marzullo è un po' meno Marzullo, quando riunisce un manipolo di critici cinematografici nella trasmissione "Cinematografo", allo scopo di presentare e recensire le opere in uscita. Dico io: avere i vari Caprara, Detassis, Magrelli, Dell'Olio e compagnia cantando, è chiaramente interessante, oltre che utile. Difatti, se non si è cinefili 24h/7d, e se non si lavora nel campo, avere una bella cricca di critici più che validi ti permette di indicizzare i film che vorresti vedere, così da sfruttare al meglio il limitato tempo da dedicare al cinema. Per di più, la trasmissione risulta complessivamente piacevole.

::dica cosa ne pensa lei ragioniereStanotte, 18 dicembre, s'è parlato di quel sicuro capolavoro che è "Olé" dei Vanzina, una delle schegge schizzate via dal frazionamento del tradizionale filmaccio natalizio. Passano le prime imbarazzanti immagini, preludio sicuro ad una grandine di derisione e biasimo, che io già malignamente pregusto. Sorpresa, il regista è presente in trasmissione. Eh ma questi qui, eh, questi lo fan di mestiere eh! Questi non hanno peli sulla lin...
A questo punto, da parte di tutti, ma tutti tutti, partono lodi, note positive, inviti apertissimi ad andare a vederlo, complimenti per "quella che è la battuta di questo natale, quella della pensilina". A me si pietrificano gli attributi, che cadono poi al suolo emettendo suono sordo e sinistro. Per tentare di dir qualcosa di buono, tutti si appigliano a singoli particolari, un po' come gli impiegati fantozziani versus Eisenstein ("la carrozzina!", "l'occhio della madre!", "la magnificenza del montaggio analogico!"); oppure si fa notare come, mancando quest'anno la produzione direttamente disneyana, quest'anno sia "Olé" il film per bambini per eccellenza; i più coraggiosi sparano citazioni e fanno similitudini importanti senza vergogna alcuna.

È vero che i Vanzina del 2006 hanno tentato la via di un drastico taglio al pecoreccio. Ma questo non basta a debellare le gag trivialotte o banali, né tantomeno fa di "Olé" un prodotto dedicato ai più piccini.
Quella che secondo una dei presenti è la brillante freddura "della pensilina", l'ascoltiamo anche dal teaser in tv:"Ma quale pancia! Questa è la pensilina, la sala giochi sta sotto!". Sì, non fate quell'espressione sorpresa ed un po' snob, è evidente che questo battutone monolitico resterà negli annali della comicità raffinata di tutto l'universo conosciuto!
Mentre lorsignori s'aggrappavano sui vetri di chissà quale dovere professionale, le loro omaggianti fatiche editoriali facevano da testo per le immagini del film, fatte di scenette della siringa, belle figliole in bikini, corna dalle auto in corsa. Uno scenario trascendentale.

A quale ricatto hanno dovuto cedere, quelli che, chi più chi meno, ho sempre ritenuto professionisti? Quali oscuri poteri in gioco possono far arrivare a tanto?
È forse arrivato il momento di apporre una sentita firma?

»::Kekule | cinema, televisione | 03:23 | ::commenti (10)

::25/11/2006

::l'amico di famiglia

::l'amico di famigliaQuando asseriamo che il film di Sorrentino si divincola totalmente dalle grinfie degli stilemi del cinema italiano, sottintendiamo un'elaborata lista dei perché ad avvalorare la tesi. Ma questo è un blog, e bisogna tirare a sintetizzare.
Sorrentino è pathos senza essere italopatetico; è visionario senza avere le traveggole; è sobrio senza scivolare nel minimal-snob; è comico senza scadere nel bagaglinico, macchiettando i personaggi, non facendo macchiette di questi.
Il giovane regista si impone di prepotenza nel gotha dei registi italiani una volta per tutte, inserendosi diseredato e spoglio di tutti i tradizionali colpi in canna del cinema nostrano; quelli che fanno zirlare lo yankee di turno:"Oooww, Feleeineeeiii Mouniscelleiii De Seeikaaah, lav dem sou mach!". Pizza mandolino gondola spaghetti, sì vabbè.

Sorrentino non appiccica le parti della storia mediante meme per ghermire di mestiere i favori della platea, come per certi deboli filmetti senza futuro, ma perfeziona le caratterizzazioni condendo con tic ridondanti, non banalmente ossessivi, i suoi personaggi.
Sorrentino tiene smaccatamente per una fotografia schiava della macchina cinema, dove a volte le immagini hanno il diritto di prevaricare il flusso del racconto. E sa lasciar passo quando serve qualcuno che ne sappia di più, come nel caso della ricostruzione di una (purtroppo) probabilissima edizione di Miss Agro Pontino, a cura di Pappi Corsicato.
Sorrentino non si gioca la carta smorzacandela tra i due protagonisti, per ottenere il massimo col minimo, bensì segue il lascivo percorso dei corpi piegati ai sensi, riuscendo a descrivere una gamma invidiabile di differenti motivazioni al piacere.
Sorrentino, infine, non ha paura di deludere i più bor7 tra i suoi sostenitori, scrollandosi di dosso l'algida ambientazione noir della giustamente osannata opera precedente, facendo intendere di non limitarsi ad essere il sostenitore della fotografia modello 2.0beta, l'eroe delle ambientazioni mitteleuropee, il baluardo delle superfici metalliche lisce asettiche.

La dura attualità di provincia, di una provincia intimamente agrolittoria, è una location pressoché perfetta per imbastire un racconto tumorale e morboso come questo. Da una collocazione così concreta nel tempo e nello spazio in cui la storia si dipana malata, si gode delle derive psicopatologiche padre/figlio nelle aspettative del trapasso generazionale, condizione assolutamente universale e perpetua.
Quasi sorprende il finale, alla fine salomonico, in un mondo in cui le cose giuste sono solo parole di circostanza.
E tutto il resto? Bè, troppa ciccia, troppa carne sul fuoco, troppe cose da tradurre dall'unico mezzo che può dirle tutte senza perdere in organicità; e provarci non ne vale comunque la pena. Ecco perché io stesso preferisco definirne il perimetro, senza affrontare i tanti contenuti.

La musica? Lasciatemi perdere, sull'argomento ero di parte per "Le conseguenze dell'amore", sono ancora più di parte per questo. Teho Teardo ha campo libero, ha talmente campo libero che si permette di rifare in studio "Post.ino" dei Modern Institute, sua stessa costola, ma con una ensemble più numerosa, che ce ne propone una versione bellissima.
::9/10Si passa anche per Antony & The Johnsons. Infine, inaspettato ed a tradimento, "Cathart", il brano più bello che gli Isan abbiano mai pensato composto e registrato. Ciao ciao imparzialità, ci vediamo all'uscita.

"L'amico di famiglia" suggella una nuova alleanza tra il cinema e gli spettatori italiani. D'ora in poi, basta col definire "pioniere" Paolo Sorrentino: d'ora in poi sono gli altri ad essersi semplicemente persi per strada.
E se al cinema, qualcuno dei vostri vicini di poltrona ride ad una scena amara, non rammaricatevene: si è semplicemente riconosciuto in chissà quale anfratto della fogna dei sentimenti, e se ne vergogna; nell'imbarazzo, sghignazza.

»::Kekule | cinema | 07:50 | ::commenti (3)

::06/11/2006

::il giorno + bello

::il giorno + belloIl voler scrivere e dirigere una commedia dal retrogusto amaro, un film leggero ma non banale, non significa che si possa oscillare inavvertitamente tra il paradossale ed il non senza particolari precauzioni d'uso. Né che si possano utilizzare i personaggi un po' come si vuole, stiracchiandone all'infinito le peculiarità.
Purtroppo, Massimo Cappelli, regista e sceneggiatore, si è concesso ambedue i lussi, con risultati mediocri.

Ciò che non ha a che fare col nucleo dell'opera, funziona benissimo: gli attori danno tutti belle interpretazioni, anche perché azzeccate (Selen fa la collega di facili costumi, la Placido fa la ragazza comune, tutto al posto giusto), la costruzione accessoria dei personaggi (frasi tipiche, abbigliamento, oggettistica) è ben studiata, da altri evidentemente. Tutto rovinato dai dialoghi e dai meme.

I dialoghi non sono "leggeri", sono perlopiù proprio sempliciotti, in pochi casi fino a scadere nell'avanspettacolo bagaglinico.
Le azioni ed interazioni dei/tra personaggi sono spesso pateticamente incoerenti, oppure ridicolmente radicali; dalla storia si può evincere, ad esempio, che dentro ogni uomo di sinistra, c'è un conservatore che vuole sortir fuori, e che lo fa di botto, senza un particolare meccanismo, aldilà di una caratterizzazione studiata. Perché Leo fa il discorso più sentito del film con una che non ha mai visto prima in vita sua? Perché l'amico con l'Unità in tasca si sorprende per la commistione di Leo con un futuro regolare da sposato, quando già lo conosce come bancario in fighissima banca?

Infine, i meme: quando vuoi tenere insieme un film che avanza per episodi, li leghi ben bene con i meme, sia quelli d'ironia che quelli di puro linking. Se sai fare di più e di meglio, non ne hai bisogno; sennò, li usi, degradando la tua opera a qualcosa che sa più di fiction che di cinema. Qui ce ne sono ben quattro. Quattro! Uno, la titolatura dei capitoli inserita negli elementi di scena (tra l'altro sempre sovraesposta, per venire incontro alle nostre capacità ridotte, evidentemente); due, l'inutile regalo che si frantuma ad ogni resurrezione; ::5/10tre, tutti si accorgono del pallore del protagonista; quattro, l'indesiderata caffeina. Tolti questi, una fetta di film va via per lasciar posto a momenti noiosucci.

In questo film, c'è tutto ciò che serve a divertire le persone più semplici. Ma solo quelle, perché il confine tra leggero e sciocco è qualcosa di ben definito, e in questo c'è dello sciocco, non "unfilmperidere micachepeffozza unodevevedelecosepesandiesserie", solo sciocco. È un vero peccato, perché lo spunto era validissimo, ed è il cast a salvarlo dall'inferno. Gli ingranaggi sono bellissimi, ma è il progetto meccanico a non essere rodato bene.
L'albertosordismo si è reincarnato nelle nuove generazioni, ed è tornato per uccidere, a quanto pare.

»::Kekule | cinema | 00:12 | ::commenti (16)

::30/10/2006

::fascisti su marte

::fascisti su marteAlle ciane, s'é buoni tutti a contrastare la cinematografia anglosassone che ci attacca d'ogni lido. Ma è il biglietto che fa l'incasso.
Previo siffatta congettura, il Checule si reca quindi alla visione collettiva dell'agognata pellicola, poscia che anni transitarono, e dalle prime avvisaglie e dall'ancestrale foggia seriale della fondamentale testimonianza, rimasta ingiustamente secretata dai maneggi sabotatori di oscure forze sioniste.

"Pigra brodaglia giolittiana!", questa l'idea che in me vieppiù s'appalesava: prendere un buon rancio di costrutte risate, ed allungarlo rendendolo sciapo e sciocco, come certi frivoli consommelli che s'usa sorbire in terra lutezia. Anche perché, a dispetto di una propaganda demogiudaicoplutocattocratica a doppio turno che lo voleva durare 45 minuti, l'opera di scienza finzione vanta in vece un'intiera ora di sovrappiù. Potranno le sole vicissitudini dell'eroico manipolo, sostenere il prolisso lasso temporale, senza che la platea venga pervasa dal morfeico flagello?

Il vero fascista sa ravvedersi all'uopo, invece che perdurare nell'errore: pur preservando lo stile narrativo che ne ha cantato la gloria tra la popolazione, è grazie ad una progressione più cadenzata del racconto e ad una rilocazione degli eventi in rettilinea sequenza, che la storia mantiene alto l'interesse d'una platea vogliosa di verità lungamente occultate.
I migliori testi della serie, quivi riconquistano la loro giusta collocazione: non più bolscevichi strali di querula ironia, ma rocciose componenti di una funzionale macchina da risate. Completa l'istorica testimonianza, un adoprarsi al riferimento d'attualità fermente ed indicizzato, giammai leggiero o fuor di loco. Non già quindi glabro sogghignar senza nerbo alcuno, ma bronzea virile struttura dinamica, che parte a simiglianza di cinegiornale, per approdare alfine alla più classica narrativa da celluloide, pur stiracchiandone tempi e modalità per molteplici passaggi.

::6/10Il fanatico fruitore certamente gradirà le novelle inserzioni di fatti come di personaggi in anteprima, bizzarre creazioni di quell'italico ingegno che non trova simili nei popoli dello sport con la palla piumata e dell'acquetta delle cinque.
Ma seppur facciate numero nella iniqua schiera degli scettici, codesta pellicola resta nelle sale a rammentarvi questo puro, mero, meraviglioso e pur incontestabile fatto storico, che intero s'annuncia e si rapprende in questa semplice e pur lapidaria frase: alle ore 15 del 10 maggio 1939, Marte è fascista!

»::Kekule | cinema | 01:51 | ::commenti (10)

::26/03/2006

::il caimano

::il caimanoIn generale, ve ne sarete accorti, i miei post non superano mai una certa lunghezza: sono intimamente convinto che, per sua struttura basale, ogni weblog sia caratterizzato da un peso limite per singolo post, oltre la quale la comunicazione inizia a rivelarsi fallimentare.
Anche questo commento all'ultimo film di Nanni Moretti sottostà alla regola aurea. Ma stavolta ho sentito il bisogno di precisare, perché "Il caimano" meriterebbe fiumi e fiumi di parole, né in positivo né in negativo, solo per definire le interazioni tra il pubblico, il regista, gli attori e tutta la carne a fuoco che c'è.
Ho sentito anche il bisogno di questi due giorni, per digerire bene il film. Ed ora, defeco le mie sciocchezze.

Un film che si doveva fare, male o bene che fosse: è questo il biglietto da visita de "Il caimano". Fare di Berlusconi un'icona prima che qualcun'altro potesse fare lo stesso, ma con intenzioni opposte. Tanto il Cavaliere, un'icona lo è già, ma simboleggia una gamma di valori sempre più vaga e cangiante. Il film andava fatto per ancorare l'immagine di Berlusconi alla dura realtà, a quei suoi trent'anni di attività che sono stati per il Paese un artificioso invaso sociale ed economico.
Il "caimano" appare, ma sempre con una faccia diversa: il ghigno diabolico di Elio De Capitani, o la versione 2.0, incattivita e decisa a tutto, del politco da "Il portaborse"; oppure, le verità che vediamo giorno per giorno in tv, bidimensionali e per questo alle volte lontane ed incredibili; e le ipotesi parlate, quelle terribili e fumettistiche ipotesi sul potere di quest'uomo, proprio quelle che ci scambiamo coi colleghi di lavoro, nelle scuole, all'uscita del cinema.

I soldi per iniziare la scalata, raggiungono i conti del Cavaliere negli stessi anni di maggiore attività cinematografica del protagonista, produttore di b-movie. Dopo trent'anni, il "caimano" è Presidente del Consiglio. L'altro, dopo lungo periodo di inoperosità, deve subire lo sberleffo glorificante del provincialismo mediatico che questi anni le azioni del primo hanno inoculato nella società: quella posticcia masturbazione dalle tinte labranchiane del gusto del trash, che, quando comincia a glorificare sé stessa, diventa trash a sua volta.
Ed è proprio vero: il caimano ha già vinto, venti o trent'anni fa, mettendo su la perfetta colonietta provinciale, dove anche il più tenace dei suoi detrattori si comporta ora in base all'imprinting ricevuto a botte di "Drive In" e claudi cecchetti varii. L'opposizione "falce e iPod" del 2006 nulla potrà, contro il parassita sociale che già cresce, statisticamente impiantato nel midollo della popolazione italiana. Da qui, il terribile finale, perché, dovesse finir male per lui l'avventura politico-giudiziaria, la vera perdente sarà stata comunque l'Italia. Tra il primo ed il secondo tempo, lo dirà Moretti stesso, parlando del lavoro su Berlusconi che la Trinca ed Orlando gli propongono di interpretare, come di  un ennesimo film per eccitare l'antiberlusconismo agonistico light in sala. Purtroppo per me, la platea non ha voluto cogliere l'invito dell'attore-regista, continuando a sottolineare ogni riferimento al premier con grugniti saputelli ed un po' vascorossisti.

Nel primo tempo, l'alternarsi della storia "caimanesca" con le vicende sentimentali dei protagonisti funziona molto bene. L'effetto globale è angosciante: esistono le problematiche del cuore, individuabili, indicizzabili; più su, meno visibile e tangibile, c'è questa nube atavica che fa da tappo ai tuoi diritti in modo silente, che ti segnala come la tua libertà sia solo un palo ed una catena legata alla caviglia, lunga da casa tua al supermercato, lunga dai tuoi occhi all'informazione più vicina ed artefatta, lunga dalla tua immaginazione alla realtà che ti circonda e che risulta ben diversa.
Poi parla in auto Moretti, dice le cose di cui sopra, ed il film cambia, diventa un'opera dei sentimenti, con un pack di attori davvero bravissimi (tra i quali un untuoso Placido che difficilmente si dimenticherà), ed una storia per i miei gusti troppo zeppa di bambini, dio mi liberi dai bambini al cinema. Con alcune scene davvero interessanti, citazioni felliniane, una cena con pizza express che sembra un Caravaggio, ed una serie di guest star nascoste che potete divertirvi a scovare. Anche con un interessante blooper informatico: uno schermo piatto che non c'era negli anni in cui la scena era ambientata.
::?/10Sarà una caravella che naviga sulle rotte della città addormentata, a fare da bianconiglio verso la tana del caimano. Da lì, il "finale del finale".

Avete in mente quei brani di Battiato che all'inizio vi sembrano ridicoli, col testo troppo palese e pretenzioso? Gli stessi che poi, dopo qualche ascolto, vi rimangono impressi, tanto da costringervi a riascolarli ancora ed ancora? Quelli dei quali alla fine pensate:"Non poteva che essere fatto così"?
Ecco, "Il caimano" vi rimbomberà in testa nello stesso identico modo. Se non l'avete visto, correte a vederlo. Se l'avete visto, necessita rivederlo. E ancora, e poi ancora.

»::Kekule | cinema | 17:55 | ::commenti (12)